404 - Life not found

Cavaliere dell'Apocalisse

#15ott

Io non sono obiettivo. Non lo sono mai stato, mai lo sarò, e probabilmente non smetterò mai di pensare che sia giusto non esserlo.

Detto questo, sento l’esigenza di parlare, di aggiungere la mia goccia all’oceano di informazioni sul #15ott, e soprattutto sul 16. Per non dimenticarmelo, per farvelo capire, per poter allargare la discussione con tutti quanti.

Sarò felice di rispondere (privatamente e non) alle osservazioni di tutti voi.

I presupposti:

Andare a una manifestazione di cui mi interessa poco o niente, cercare di evitare gli scontri inevitabili che ci saranno (col senno di poi: che errore pensare che ci fossero solo i soliti 15-20 infiltrati/casinisti!), accamparmi a S. Giovanni, e vedere cosa ne vien fuori, perché quello è l’obiettivo vero. Si va, con tanta speranza e tanta allegria, oltretutto con un gruppo di persone che sto iniziando a conoscere bene adesso, bell’occasione per cementare.

Il corteo:

Me lo aspettavo, per carità. Ma le bandiere di partiti e sindacati oggi, ci stanno davvero male. Cosa ci fate qui? Forse non vi siete resi conto che se noi siamo qui oggi, è anche contro di voi. A me B. mi sta sul cazzo, come a tutti, ma questo non vuol dire che mi faccia piacere avere IDV, SEL, PCL o altri in una manifestazione contraria (anche) al sistema politico ed economico.

Visto che vogliamo girare un po’ il corteo, ci vediamo diversi spezzoni, menzione speciale per: il Teatro Valle Occupato, col suo carro festante; i lavoratori e gli studenti egiziani, col loro carro dubbeggiante e il loro slogan ipnotico (“Lavoro nero no! Lavoro nero no!”in loop); i compagni valsusini, che sono tantissimi, allegri, coraggiosi ai primi passaggi di Blackbloc.

La manifestazione&Gli avvenimenti:

(Questo sarà un miscuglio fra quello che ho visto/vissuto e quello che ho capito mettendo insieme i pezzi di altri presenti, i filmati, le foto. Potrebbe essere un po’ impreciso)

Dopo poco dalla partenza del corteo, fanno la loro comparsa i Bloc, quelli neri. Poi arriveranno anche i blu, ma andiamo con calma.

Estrapolando da quel che ho visto posso azzardare una percentuale: il 70% di loro viene da centri sociali di sinistra (sicuramente Torino, Roma, Napoli, i fiorentini c’erano, ma non li ho visti in azione e quindi non voglio rischiare giudizi); il 10% di loro sono palesemente infiltrati, i rimanenti sono evidentemente provenienti da centri sociali di destra (la coppia di ragazzi rasati, armati di bastone, uno con la fiamma tricolore appesa, l’altro con la felpa -o maglia- dei parà, che camminano in mezzo al caos, sorridenti e dandosi le pacche sulle spalle..non si scordano facilmente).

Sono tanti, almeno 200 (su quanti manifestanti? Le cifre fanno paura, nessuno ha dato una stima accettabile. Basandomi sull’esperienza, direi 800mila circa), la cosa che fa più paura è che sono organizzati. Entrano nel corteo a gruppi di 30/40, si cambiano, si mettono i caschi, escono dal fiume, vanno a raccogliere un sampietrino, un’asta, una molotov, lasciata chissà quanto tempo prima in un anfratto del muro, si lanciano in avanti, devastano, tornano indietro a corsa, rientrano nel corteo, si svestono. A ondate. Senza fermarsi, per ridurre il centro di Roma a un portacenere. Il servizio di sicurezza esiste solo nella misura in cui nasce spontaneamente fra i vari spezzoni. Io stesso mi trovo, non senza qualche difficoltà a incordonare i manifestanti. Quando passano i Blacks, chi sputa, chi grida, chi esulta. Quando gridiamo “la rivoluzione si fa a volto scoperto, vigliacchi”, perlopiù ci ignorano, solo un paio sembrano darci ragione e si tolgono le sciarpe. Ragazzini. Parecchi pure più piccoli di me (ho 22 anni), e dietro di loro buoi tarchiatelli venuti fuori dagli anni ’70, gente che a vent’anni è stata mandata in avanti a farsi massacrare proprio così, probabilmente.

Passiamo ora ai Blue Block. O siete idioti o in malafede. Come è possibile che i servizi segreti e i digossini non sapessero di una protesta violenta di carattere nazionale, organizzata, annunciata, rivendicata? Come mai non avete dato seguito a chi faceva notare le “armi” nascoste lungo la via? Come mai in piazza S. Giovanni invece di arrestare i Blacks siete andati contro alla gente, sparando gli idranti da pochi centimetri, sgommando con le vostre camionette sopra a un ragazzo (cos’è, una rievocazione storica del Giuliani, per caso?), caricando, e lanciando i vostri lacrimogeni (nota di servizio: lacrimogeni mischiati a chissà cosa, visto che paralizzavano le vie respiratorie) sopra al corteo?

La folla, come previsto sciama e si impanica, per fortuna, molto meno di quello che avrei creduto. Il corteo si spacca a metà: mentre la parte di coda riesce a riorganizzarsi e a confluire verso il Circo Massimo, noi nella testa ci troviamo in mezzo al caos.

Ammetto che in certi momenti ho avuto più paura di quella che sarebbe stato lecito avere, ma la situazione è delirante. Ci mettiamo ad aspettare nella Chiesa di Sant’Antonio (La chiesa: rifugio dei popoli in fuga dal 1065.). Sotto di me passa di tutto: manifestanti spaesati e impauriti; block che si rivestono e parlano in codice sui loro cellulari touch; fumogeni a pochi metri; un ragazzo (pare sia quello investito dalla camionetta) viene a svenire sulla scalinata, mentre arriva l’ambulanza.

Intorno la città divampa.

Torniamo a casa, quelli che volevano rimanere devono prendere una decisione, ma non è facile. Io mi sento pesante, distrutto moralmente e fisicamente. Ho paura, le informazioni sono poche e frammentarie, ci vorrà tempo per ricostruire gli avvenimenti. Decidiamo di rimanere in tre. Perché non può finire così, perché non possiamo farci sconfiggere dalla violenza, perché non vogliamo accettare che sia una sconfitta.

Comincia così il nostro vagare, per qualche ora rimbalziamo da un alto all’altro del triangolo Termini-S.Giovanni-Piramide. Ci dicono che è morto un carabiniere, fortunatamente è solo una voce, ma basta a terrorizzarmi per qualche ora. Al Circo Massimo non c’è nessuno, un ragazzo che incontriamo per strada ci invita ad andare a S. Giovanni a meno che noi non vogliamo “andare a fare assemblea come alle superiori”. Andiamo a Piramide, per strada troviamo gente come noi, compagni (di vagabondaggio): alcuni spagnoli che hanno fatto il 15-M, una valsusina, qualche romano scornato. Mi ritrovo in metropolitana a citare Mandela per incitare una coppia a non darsi per vinta. Ci seguiranno fino alla Sapienza.

Alla Sapienza siamo in pochi, 60/70 persone al massimo, completamente disorganizzate. Uno degli spagnoli ci “prende per mano” e ci aiuta a condurre una assemblea. La gente è disorientata. Quando sento dire che è necessario andare ad occupare l’indomani mi monta l’incazzatura. Posso dire di aver fatto la mia piccola parte: possibile che nessuno si fosse reso conto che stavamo già facendo una acampada embrionale? Arriva un emissario dal gruppetto uscito da S. Giovanni, ci dice che una trentina di persone sta facendo assemblea in un altro punto della città, poco distante dalla piazza. A Santa Croce. Ci arriviamo dopo un corteo sottotono, ma almeno ci stiamo muovendo.

E’ da qui che è cambiato tutto. E’ da qui che una giornata terribile si è trasformata in qualcosa di più che bello.

Occupy Rome

Arriviamo accolti dagli applausi, pochi minuti e ci cominciamo ad organizzare. Vengono portati cartoni per dormire, un cassonetto per non sporcare, qualcuno fa una colletta per il vino, altri offrono il cibo portato da casa, altri portano delle tende in più. Alla bell’e meglio ci sistemiamo. Si ride, si parla, la tensione si scioglie e io mi scopro stanchissimo. Dormire in un sacco a pelo buttato in terra, col vento, un freddo della madonna, e le sirene che passano veloci accanto a noi, non è riposante. Finisce che dormo sì e no un’ora, poco dopo l’alba.

Quando mi “sveglio” il mio sguardo si posa sulla decina di tende piazzate sul sagrato, ed è emozionante. Ce l’abbiamo fatta. Abbiamo passato indenni (maldischiena e raffreddori a parte) la prima notte accampati. Yes, we camp.

La seconda cosa commovente è riscoprire il calore della solidarietà. I signori passano, chiedono cosa succede, se ne vanno e tornano dal bar con le paste, con il caffè caldo, con i loro migliori auguri. C’è frustrazione per quello che è successo il sabato, c’è rabbia per i titoloni dei giornali. Io resto con i piedi per terra e mi dico che è normale, che è già molto che (con le solite eccezioni) non venga fatto di tutte l’erbe un fascio. (o che i fasci rappresentino tutti i fili d’erba, come volete.)

La prima assemblea è caotica, ci parliamo tanto sopra, nonostante si tenti comunque di mantenere un livello accettabile di rispetto. Poi, a metà mattina arrivano alcuni dei ragazzi del gruppo “Indignati” di Roma, gli organizzatori della manifestazione, insomma. Con loro le cose cambiano un po’: senza forzare, ci convincono ad usare un metodo differente, quello sperimentato già in Spagna a marzo. Voglio spenderci due parole.

In assemblea

Il primo principio, invalicabile, è il rispetto. Rispetto per le persone, per le loro idee.

Il secondo principio, invalicabile, è che non è la maggioranza a decidere. Sembra strano, per noi, cresciuti sotto l’egida della democrazia maggioritaria, e infatti, non tutti colgono alla prima il principio del consenso diffuso. Non unanime, che sarebbe eccessivo, diffuso. Senza tenere conti numerici, senza bisogno di stringere alleanze. Senza che i tanti decidono per i “meno tanti”. Qui tutti decidiamo insieme per tutti.

Il terzo principio, invalicabile, è che se non sei d’accordo, devi essere in grado di argomentare e di offrire una alternativa. Non esiste la contrarietà per principio, non esiste l’arroccamento su posizioni personali se il gruppo non le accetta e riconosce.

Nell’assemblea ci sono tre figure: un moderatore, un facilitatore, un verbalizzatore. Sono figure scelte nel numero necessario a seconda del momento e ognuno, in teoria, dovrebbe fare prima o poi ognuna di queste parti. Il verbalizzatore scrive e impedisce che il ricordo modifichi quanto deciso. Il moderatore tiene le fila della discussione, permette gli interventi, richiama all’ordine se necessario. Il facilitatore aiuta il moderatore, raccoglie suggerimenti, favorisce la creazione di commissioni che discutano un problema.

Le commissioni, formate da persone particolarmente interessate e/o competenti su un dato tema, portano proposte ed idee alla assemblea (agendo sempre secondo lo stesso modello democratico), in un certo senso già digerite, e assimilate. Ma attenzione, l’assemblea è comunque sovrana. Se ci sono dissensi, ricomincia il processo di commissione, includendo i “dissidenti” per cercare una nuova soluzione.

Sembra lungo, sembra complesso, ma non lo è. La prima impressione, anzi, è che tutto sia molto più rapido e preciso che in un sistema dove la burocrazia centralizzata offre troppe scappatoie ai disonesti.

Nella mattina, al termine di una lunga assemblea, siamo riusciti a chiarirci cosa è successo nella giornata precedente, un po’ in tutti i punti dl corteo; a capire che noi non crediamo nella violenza come metodo per la risoluzione dei conflitti; che dovremo lavorare molto su questo, per impedire che si ripetano gli atti di sabato; che non vogliamo essere manipolabili, e che quindi creeremo quanto prima un servizio stampa, che ci permetta di far uscire sempre solo la nostra voce, e non quella che ci vorranno dare altri. Il movimento non ha, per la sua stessa natura non può avere, un leader o un rappresentante, ma solo portavoce.

La sera alla Sapienza eravamo 60; a dormire a S. Croce saremo stati forse 30. All’assemblea la mattina c’era poco meno di 80 persone. All’assemblea delle 17.00 eravamo seduti in cerchi concentrici, perché far stare 300 persone in quell’aiola non è facile.

Dovremo imparare, dovremo capire come si ascolta e come si parla, un passetto alla volta, forse. Se mi dicessero che quello che è iniziato il 15/16 ottobre sarà in grado di dare i suoi frutti solo fra 20 anni, non ci penserei neanche un secondo e comincerei a camminare. Lenti, ma inesorabili. Perché, citando uno dei cari compagni che c’era, siamo le ostetriche del nostro futuro.

Democracìa real ya. Adesso ho capito.